Il nascondiglio, Christophe Boltanski, Sellerio 2017.

Nascondiglio1

Dormivano tutti nella stessa stanza, nell’appartamento grande di rue de Grenelle, a Parigi: i nonni nella camera da letto, i nipoti per terra dentro i sacchi a pelo, come i genitori e gli zii prima di loro. Un unico corpo multiplo disposto a stella. La porta della stanza sprangata con una sbarra di ferro, la cena consumata lì, sul tavolino basso, i piedi scalzi, la moquette spessa, le mani nei piatti, tutti sempre insieme, un blocco compatto anche in automobile, la Cinquecento guidata dalla nonna la mitica Mère-Grand. Il nipote del grande pittore Christian Boltanski, racconta la storia della sua famiglia nella Parigi occupata: "Si viveva in una botola larga un metro". "Avevamo paura. Di tutto, di niente, degli altri, di noi stessi". Anche dopo anni dall'occupazione nazista, i Boltanski non uscivano mai (i ragazzi fino ai 18 anni non hanno mai messo il naso fuori dal portone da soli), e se non c'era la casa a proteggerli, restavano in macchina, anche nei viaggi più lunghi, in Russia o in Iran, stesi di notte in cinque uno sull'altro, come dei gatti, esausti. Il terrore era tale che i figli non andavano neppure a scuola: apprendevano l'uno dall'altro, e potevano farlo perché erano e sono degli intellettuali, poi passavano gli esami a pieni voti. Il nascondiglio ha ritmo, inventiva, spirito doloroso e comico. Il meccanismo narrativo ci conduce stanza dopo stanza nell'appartamento di Rue de Grenelle, arrivando solo alla fine al non-luogo celato tra una scala e un pavimento, al confinamento durante l'occupazione che poi ha finito per uniformare e serrare una famiglia ricca di storia.